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Patologie, Terapia dietetica

Interpretazione dell'indice di disbiosi e strategie per la modulazione del microbiota intestinale nel cane e nel gatto.


mercoledì 24 giugno 2026


Interpretazione dell'indice di disbiosi e strategie per la modulazione del microbiota intestinale nel cane e nel gatto

L'interesse nei confronti del microbiota intestinale ha progressivamente modificato l'approccio alle malattie gastrointestinali del cane e del gatto. Se in passato le alterazioni della comunità microbica erano considerate principalmente una conseguenza della patologia intestinale, oggi è evidente come le modificazioni del microbiota contribuiscano in modo diretto alla perdita di funzionalità dell'ecosistema intestinale.

Tuttavia, la presenza di disbiosi non deve essere interpretata in maniera uniforme in tutti i pazienti.

In un precedente articolo (Microbiota intestinale nell'animale sano e indice di disbiosi) abbiamo parlato dell'importanza di un microbiota sano, dell'indice di disbiosi e della sua interpretazione.

Nella review di Suchodolski e Toresson si parla anche del significato della disbiosi e delle possibili strategie a disposizione del veterinario per gestire pazienti disbiotici.

Uno dei messaggi più importanti evidenziati dagli autori è la necessità di distinguere tra alterazioni microbiche lievi e disbiosi severa, poiché le implicazioni cliniche, la prognosi e la risposta terapeutica risultano profondamente differenti.

Nei pazienti con alterazioni modeste del microbiota, infatti, le modificazioni funzionali sono generalmente limitate e spesso reversibili, mentre nelle forme più severe la disbiosi rappresenta frequentemente il riflesso di alterazioni intestinali profonde e persistenti.

L'interpretazione delle modificazioni del microbiota deve sempre essere contestualizzata all'interno della storia clinica del paziente, considerando in particolare la dieta e l'eventuale utilizzo di farmaci.

Nei soggetti che presentano sintomi gastrointestinali compatibili o segni clinici aspecifici, un aumento persistente del Dysbiosis Index può rappresentare un elemento suggestivo di enteropatia infiammatoria cronica e giustificare ulteriori approfondimenti diagnostici.

Tuttavia, non esiste un'associazione diretta tra gravità dei sintomi e l'indice di disbiosi, infatti, un animale con una malattia clinica più severa non è detto che presenti un maggior indice di disbiosi.

Al contrario, alterazioni temporanee del microbiota possono essere osservate anche in seguito all'impiego di farmaci o in condizioni transitorie, senza necessariamente riflettere una patologia intestinale cronica sottostante.

Infatti, l'interpretazione del DI non può prescindere dall'anamnesi farmacologica del paziente.

Alcuni farmaci comuni possono alterare drasticamente i risultati del test indipendentemente dalla presenza di una patologia intestinale primaria.

L'esposizione agli antibiotici, ad esempio, è una causa frequente di DI elevato. Generalmente, il microbioma impiega dalle 2 alle 4 settimane dopo la sospensione della terapia per tornare ai valori normali, sebbene in alcuni individui la disbiosi possa persistere più a lungo.

Anche gli inibitori della Pompa Protonica inducono un aumento transitorio e reversibile del DI (solitamente tra 0 e 2). Questo shift è caratterizzato da un aumento dei batteri lattici come Streptococcus, mentre P. hiranonis rimane tipicamente nei range normali. Il valore di DI si normalizza entro pochi giorni dalla sospensione del farmaco.

Inoltre, la distinzione tra diarrea acuta ed enteropatie croniche rappresenta probabilmente uno degli aspetti più rilevanti nell'interpretazione clinica della disbiosi.

Nei cani con diarrea acuta, sia nelle forme non complicate sia nelle sindromi emorragiche acute, le alterazioni del microbiota risultano generalmente modeste. In questi pazienti il Dysbiosis Index è spesso normale oppure solo lievemente aumentato, tipicamente con valori inferiori a 2, e la concentrazione di Peptacetobacter hiranonis tende a rimanere nella norma. Le modificazioni osservate sono principalmente caratterizzate dall'aumento di Escherichia coli e soprattutto di Clostridium perfringens.

Nel caso della sindrome da diarrea emorragica acuta, inoltre, è frequentemente rilevabile il gene netF di C. perfringens, mentre tale reperto risulta raro nelle diarree croniche.

Un aspetto particolarmente importante è che la concentrazione di C. perfringens tende a ridursi spontaneamente nell'arco di pochi giorni indipendentemente dalla somministrazione di antibiotici, supportando le attuali raccomandazioni che scoraggiano l'impiego routinario degli antimicrobici nella maggior parte dei casi di diarrea acuta.

Uno scenario completamente diverso si osserva nelle enteropatie infiammatorie croniche. In una quota di pazienti, l'infiammazione persistente induce nel tempo modificazioni strutturali della mucosa intestinale con perdita di trasportatori coinvolti nell'assorbimento di nutrienti, acidi grassi e acidi biliari.

La conseguente maldigestione e malassorbimento determinano un aumento della disponibilità di substrati nel lume intestinale, favorendo la proliferazione selettiva di alcune popolazioni batteriche e la riduzione di altre. Questo fenomeno porta allo sviluppo di una disbiosi progressivamente più marcata, evidenziata da valori elevati del Dysbiosis Index.

È importante sottolineare che non tutti i soggetti affetti da enteropatia cronica presentano disbiosi significativa, confermando l'eterogeneità fisiopatologica di queste condizioni e che fino al 15% dei cani e gatti sani può presentare un DI subclinicamente aumentato.

In questo ultimo caso, se l'animale è asintomatico, è raccomandabile ripetere il test dopo 1 o 2 mesi per verificare se si trattasse di una variazione transitoria.

Tuttavia, quando il DI è marcatamente aumentato, soprattutto in associazione a una riduzione di P. hiranonis, esso rappresenta un indicatore di alterazioni funzionali intestinali più severe (che non è detto si esplichi con sintomatologia più severa) e si associa a una minore probabilità di remissione completa e a una maggiore necessità di trattamenti ripetuti o protratti nel tempo.

Gli autori, però, sottolineano che la disbiosi con perdita di P. hiranonis non implica necessariamente la presenza di diarrea da acidi biliari e quest'ultima è una diagnosi per esclusione.

La comprensione dei meccanismi che sostengono la disbiosi ha profondamente influenzato le strategie terapeutiche oggi raccomandate.

Secondo gli autori della review, la modulazione del microbiota deve essere considerata parte integrante di un approccio multimodale volto non soltanto a modificare la composizione batterica, ma soprattutto a correggere l'ambiente intestinale che favorisce la persistenza delle alterazioni microbiche.

In quest'ottica, gli interventi nutrizionali rappresentano sempre il primo livello terapeutico e costituiscono il cardine della gestione della disbiosi sia nelle forme acute sia nelle enteropatie croniche.

La dieta esercita infatti un'influenza diretta sulla composizione e sulla funzionalità del microbiota.

Negli animali sani, variazioni dell'apporto di proteine, grassi e fibre modificano le popolazioni batteriche pur mantenendo generalmente il Dysbiosis Index all'interno degli intervalli di riferimento.

Diete caratterizzate da elevati livelli di proteine e grassi favoriscono l'aumento di Escherichia coli, Clostridium perfringens, Fusobacterium e P. hiranonis, mentre un maggiore contenuto di fibre promuove la crescita di batteri saccarolitici quali Faecalibacterium, Megamonas e Prevotella.

In generale, il DI tende a diminuire con l'aumento della quota di fibre e ad aumentare quando la dieta contiene elevate quantità di proteine scarsamente digeribili e grassi.

La digeribilità della componente proteica emerge quindi come un fattore particolarmente importante nel mantenimento dell'equilibrio microbico.

Gli autori riportano come alcune diete crude preparate in casa, caratterizzate da elevato contenuto di proteine poco digeribili, elevata quota lipidica e scarso apporto di fibre, siano state associate a lievi aumenti del Dysbiosis Index, accompagnati da incremento di E. coli e C. perfringens e riduzione di Faecalibacterium.

Anche alcune diete fresche sono risultate associate a un aumento di E. coli e C. perfringens, sebbene le cause di tale fenomeno non siano ancora completamente chiarite.

Le fibre e i prebiotici rappresentano un ulteriore strumento di modulazione del microbiota. I prebiotici sono definiti come carboidrati non digeribili in grado di promuovere la crescita di microrganismi benefici.

Le fibre, invece, possono essere classificate in fibre solubili o insolubili e fermentescibili o non fermentescibili, e il loro effetto dipende dalla tipologia e dalla quantità somministrata. Le fibre fermentescibili risultano particolarmente rilevanti poiché vengono convertite dai batteri del colon in acidi grassi a corta catena, contribuendo al mantenimento della funzionalità metabolica del microbiota.

Nelle enteropatie croniche, differenti approcci dietetici possono indurre remissione clinica, inclusi alimenti altamente digeribili, diete a proteine idrolizzate, diete a proteine nuove e formulazioni arricchite in fibre.

Sebbene il meccanismo preciso alla base della risposta alimentare non sia ancora completamente definito, gli autori sottolineano come la riduzione della quantità di nutrienti non assorbiti presenti nel lume intestinale possa limitare la proliferazione batterica indesiderata e contribuire al miglioramento clinico.

In molti casi la remissione clinica si accompagna a un miglioramento soltanto parziale del microbiota, evidenziando come il recupero funzionale dell'ecosistema intestinale possa richiedere tempi più lunghi rispetto alla risoluzione dei sintomi.

Anche i probiotici possono svolgere un ruolo nella modulazione del microbiota, sebbene il loro impatto sulla composizione batterica complessiva appaia generalmente limitato.

La review evidenzia come i probiotici possano essere utili per attenuare i segni clinici associati alla disbiosi indotta dagli antibiotici e favorire un recupero più rapido del microbiota dopo la sospensione della terapia antimicrobica.

Inoltre, possono rappresentare un trattamento complementare in alcuni soggetti con diarrea acuta e nelle enteropatie croniche. Gli effetti dei probiotici risultano tuttavia fortemente ceppo-specifici, motivo per cui gli autori raccomandano l'utilizzo esclusivo di prodotti supportati da studi clinici condotti nel cane o nel gatto.

Sebbene le modificazioni osservabili nel microbiota fecale siano spesso modeste, alcuni studi hanno documentato miglioramenti di parametri immunologici e dell'espressione delle proteine delle tight junction intestinali.

Un capitolo particolarmente importante riguarda l'impiego degli antibiotici.

La review assume una posizione molto chiara su questo tema, sottolineando come gli antibiotici possano determinare un miglioramento clinico transitorio pur rappresentando contemporaneamente una delle principali cause di disbiosi.

La riduzione della carica batterica totale può infatti attenuare temporaneamente i sintomi, ma una volta sospeso il trattamento le popolazioni microbiche tendono a ricrescere e la sintomatologia può recidivare. In uno studio citato dagli autori, nove cani su quattordici hanno manifestato nuovamente diarrea entro trenta giorni dalla sospensione della tilosina.

Inoltre, l'esposizione agli antibiotici rappresenta una causa frequente di aumento del Dysbiosis Index.

Sebbene nella maggior parte dei soggetti il microbiota recuperi entro due-quattro settimane dalla sospensione del trattamento, in alcuni animali la disbiosi può persistere a lungo.

Per questi motivi, gli autori raccomandano di riservare l'impiego degli antibiotici ai pazienti che non abbiano risposto a dieta, modulazione del microbiota e terapia antinfiammatoria oppure ai soggetti con evidenza di infiammazione sistemica.

Tra tutte le strategie oggi disponibili, il trapianto di microbiota fecale (FMT) rappresenta quella che produce gli effetti più rapidi e consistenti sulla composizione del microbiota. Attraverso il trasferimento di materiale fecale proveniente da un donatore sano, il FMT consente il ripristino di batteri core e delle relative funzioni metaboliche, inclusa la produzione di acidi grassi a corta catena e il metabolismo degli acidi biliari.

Gli studi riportati nella review dimostrano benefici clinici in diverse condizioni, tra cui enteropatie croniche, parvovirosi, diarrea acuta refrattaria e disbiosi indotta dagli antibiotici.

Nelle enteropatie croniche, tuttavia, la risposta al FMT dipende strettamente dalla gravità della disbiosi e dalle alterazioni intestinali sottostanti.

I soggetti con disbiosi lieve tendono a mostrare risposte più durature, mentre quelli con valori elevati del DI presentano una maggiore probabilità di recidiva e richiedono spesso trattamenti ripetuti.

Un dato particolarmente interessante emerso dagli studi citati nella review è che i cani con disbiosi più severa non risultano necessariamente quelli che beneficiano maggiormente del FMT; al contrario, la presenza di marcate alterazioni funzionali intestinali sembra limitare la capacità del microbiota trapiantato di stabilirsi a lungo termine.

In questi pazienti il FMT deve quindi essere considerato una componente aggiuntiva di una strategia terapeutica più ampia, piuttosto che una terapia risolutiva isolata.

L'insieme delle evidenze presentate dagli autori porta a una conclusione molto chiara: la modulazione del microbiota non può essere ridotta alla semplice somministrazione di un prodotto o di una procedura specifica.

La disbiosi rappresenta spesso il riflesso di alterazioni funzionali intestinali profonde e il suo trattamento richiede un approccio multimodale orientato alla correzione dell'ambiente luminale.

Dieta altamente digeribile, adeguato apporto di fibre, utilizzo ragionato di prebiotici e probiotici, limitazione dell'impiego degli antibiotici e, nei casi selezionati, ricorso al trapianto di microbiota fecale costituiscono gli strumenti oggi disponibili per favorire il recupero dell'omeostasi intestinale.

La severità della disbiosi, valutata attraverso il Dysbiosis Index, non rappresenta soltanto una misura dello stato del microbiota, ma anche un indicatore della profondità delle alterazioni funzionali intestinali e della probabilità di ottenere un recupero clinico duraturo.

Inoltre, la distinzione tra disbiosi lieve e severa deve essere il punto di partenza per ogni strategia terapeutica, poiché gli esiti a lungo termine variano drasticamente.

Infine, è fondamentale ricordare, che in molti casi di enteropatia cronica, l'elevato DI e i bassi livelli di P. hiranonis persistono per mesi o anni, anche dopo il raggiungimento della remissione clinica, suggerendo che le alterazioni strutturali della mucosa possono rimanere presenti anche dopo la remissione della sintomatologia.

BIBLIOGRAFIA:
- Jan S Suchodolski, Linda Toresson. Microbiome Modulation in Veterinary Medicine: From Diet to Fecal Microbiota Transplantation. Vet Clin North Am Small Anim Pract. 2026 May;56(3):619-632. doi: 10.1016/j.cvsm.2026.01.009. Epub 2026 Mar 19.


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