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Nutrienti, Patologie, Terapia dietetica

Gestione nutrizionale delle principali patologie epatobiliari.


mercoledì 7 gennaio 2026


Gestione nutrizionale delle principali patologie epatobiliari

Nel precedente articolo abbiamo parlato di come l'approccio clinico e nutrizionale ai pazienti affetti da patologie epatiche debba essere personalizzato.
Infatti, essendo le malattie epatobiliari un gruppo eterogeneo di condizioni, la gestione nutrizionale dipende soprattutto dalla patologia sottostante.
Qui di seguito, invece, affronteremo le patologie epatiche singolarmente e la loro specifica gestione dal punto di vista nutrizionale


Encefalopatia epatica, shunt portosistemici e urolitiasi di urati associati a shunt
L'encefalopatia epatica è un termine usato per descrivere i segni a carico del sistema nervoso centrale derivanti da disfunzione epatica che possono variare sia nella presentazione che nella gravità.

Essa è una condizione che può colpire cani o gatti con anomalie come lo shunt vascolare epatico (congenite o acquisite) mentre si manifesta molto raramente in caso di insufficienza epatica.

La nutrizione negli animali con encefalopatia mira a ridurre la produzione e l'assorbimento di ammonio e a stabilizzare i picchi postprandiali che possono far comparire i segni neurologici.

La dieta rappresenta il punto cardine della terapia e ha, come principale scopo, quello di ridurre la sintomatologia da encefalopatia epatica.

I fattori chiavi della gestione alimentare in pazienti affetti da questa condizione sono:
- prediligere fonti proteiche come latticini, uova o proteine vegetali;
- somministrare pasti piccoli e frequenti per attenuare i picchi postprandiali di ammoniaca;
- aumentare la quota di fibra solubile per ridurre la produzione batterica di ammonio;
- valutare l'eventuale aggiunta di lattulosio per ridurre il pH colico;
- effettuare una restrizione proteica della dieta per ridurre i segni di encefalopatia, ricordando che l'obiettivo pratico è quello di fornire la massima quantità di proteine tollerata senza indurre segni di encefalopatia. Gli studi consigliano, in presenza di shunt porto-sistemici, di limitare l'apporto proteico al 15-20% su sostanza secca nel cane e al 30-35% nel gatto. Questi valori andrebbero ulteriormente ridotti a 10-15% su S.S. nel cane, e al 25-30% nel gatto, qualora ci sia la concomitante presenza di un'encefalopatia epatica.

Tuttavia, essendo la soglia di tolleranza individuale, la quota proteica andrebbe aggiustata durante il monitoraggio del paziente e della sua sintomatologia. È, però, fondamentale ricordare che gli animali con PSS e assenza di HE non dovrebbero essere sottoposti a restrizioni proteiche eccessive.

Tra le possibili patologie secondarie ad una patologia portovascolare, nei cani e nei gatti, rientra anche l'urolitiasi da urati.

Infatti, le anomalie vascolari epatiche causano un aumento della concentrazione urinaria di acido urico, che viene normalmente metabolizzato ad allantoina, un composto idrosolubile, dall'uricasi epatica e questo aumento della concentrazione urinaria può predisporre allo sviluppo di urolitiasi.

Se essa è presente, un altro punto chiave della scelta della dieta, deve essere quello di ridurre al minimo le purine assunte. Anche in questo caso la scelta di fonti proteiche ad alto valore biologico ma a basso contenuto di purine, come latticini e uova sarebbe da prediligere.

I legumi, invece, sono considerati tra gli alimenti a medio contenuto di purine.

Nel caso in cui si opti per diete commerciali, la maggior parte degli alimenti "hepatic" risulta adatta per gli shunt portosistemici e l'encefalopatia epatica, ma rimane sempre importante valutarne la composizione e la percentuale proteica.

Lipidosi epatica felina
La lipidosi epatica felina è una sindrome che può verificarsi secondariamente ad altre patologie che causano disoressia o anoressia, e l'obesità sembra essere uno dei maggiori fattori di rischio per il suo sviluppo.

Oltre alla diagnosi e al trattamento della patologia sottostante, la gestione nutrizionale del paziente è la chiave per ridurre il rischio di mortalità.

Nella maggior parte dei pazienti, nelle fasi iniziali, è necessaria un'alimentazione assistita tramite sondino atta ad invertire lo stato catabolico tipico della lipidosi epatica felina.

La scelta della quantità di cibo da somministrare, oltre ai suoi tenori analitici, è di cruciale importanza, anche per evitare la comparsa della cosiddetta "refeeding syndrome".

Per questo è bene iniziare l'alimentazione enterale assistita (sonda esofagica o nasogastrica) con un test di tolleranza con acqua per vedere se compare vomito e, a seguire, con un quantitativo di cibo giornaliero che soddisfi soltanto il 25% del RER (calcolato con la formula: 70 x peso(kg)0,75).

A seguire andrebbe effettuato un incremento graduale delle calorie: test di tolleranza → 25% RER → 50% → 75% → 100% in 3-4 giorni, monitorando il paziente per segni di intolleranza o refeeding syndrome.

La scelta dell'alimento può includere diete veterinarie liquide oppure secche o umide frullate con acqua.

In questi pazienti non dovrebbe essere limitata l'assunzione di proteine, a meno che non compaiono sintomi di encefalopatia epatica e dovrebbero essere monitorati con attenzione i minerali per soddisfare i fabbisogni giornalieri del paziente, anche considerando che la maggior parte dei gatti affetti da lipidosi e anoressia prolungata soffre di squilibri elettrolitici.

Inoltre, nella maggior parte dei casi, i pazienti tollerano bene alimentazioni abbastanza ricche in grassi, permettendo di ridurre il volume dell'alimento assunto per soddisfare il fabbisogno energetico.

Epatopatie da accumulo di rame
Questa patologia sembra avere una forte predisposizione di razza e vengono generalmente colpiti cani di razze Bedlington Terrier, West Highland White Terrier, Skye Terrier, Labrador Retrievere Dobermann, mentre un accumulo di rame epatico secondario a epatopatia colestatica sembra essere più rara nel cane rispetto all'uomo e al gatto.

Prima di valutare un cambio alimentare, e un importante restrizione dietetica di rame, è fondamentale effettuare una diagnosi certa, che avviene solo tramite una biopsia epatica.

Una volta effettuata la diagnosi, la gestione nutrizionale rappresenta uno dei punti cardine della terapia.

La dieta deve essere a ridotto contenuto di rame, sia che sia di tipo commerciale che casalingo, ma non per forza deve prevedere una restrizione proteica.

A questo scopo, in caso di piano nutrizionale casalingo, può essere utile prediligere fonti proteiche a basso contenuto di rame, evitando quelle più di ricche di questo minerale, come agnello, suino, frattaglie, salmone nonché la maggior parte dei legumi.

Per le diete commerciali, invece, è comunque necessario passare ad un alimento "hepatic" per avere diete a basso contenuto di rame, ma sarebbe opportuno optare per quegli alimenti con una minor restrizione proteica.

Spesso è necessario associare alla dieta anche un chelante del rame come la D-penicillamina.

In alternativa è possibile provare ad effettuare una supplementazione di zinco, utile a ridurre l'assorbimento di rame, evitando però di associare questa integrazione con la terapia chelante.

Epatite cronica
L'epatite cronica è una condizione clinico-patologica poco definita, caratterizzata da necrosi parenchimale progressiva, associata a un'infiltrazione linfocitaria. L'esordio è spesso insidioso, motivo per cui la diagnosi avviene in fase avanzata e la comprensione dell'eziopatogenesi rimane limitata.

Proprio per la natura subdola della malattia, la gestione nutrizionale tende a essere avviata tardivamente, nonostante la sua importanza nel contenimento dell'infiammazione, nella correzione delle alterazioni metaboliche e nel supporto alla risoluzione della fibrosi oppure, al contrario, viene effettuate al semplice rialzo ematobiochimico degli enzimi epatici con la scelta di un alimento commerciale "hepatic".

In realtà, l'approccio dietetico per questa patologia andrebbe studiato con attenzione, in base allo stadio della patologia e alla sintomatologia, personalizzandolo sul singolo paziente.

Infatti, la restrizione proteica, tipica degli alimenti "hepatic", andrebbe evitata, a meno che il paziente non mostri segni di intolleranza proteica o encefalopatia o sia in uno stadio molto avanzato.

L'obiettivo primario deve essere quello di mantenere un apporto proteico adeguato, per sostenere la sintesi epatica, e prevenire la perdita di massa muscolare.

Inoltre, non risulta necessaria neanche la restrizione del rame, salvo evidenza istologica di accumulo.

Molto utile risulta, invece, l'integrazione con antiossidanti e supplementi come l'S-adenosilmetionina (SAMe) e vitamina E utili per contrastare lo stress ossidativo e supportare la funzione epatica.

Qualora sia presente ascite sarebbe, invece, necessario limitare il contenuto di sodio della dieta, in associazione, quando necessaria, ad una terapia diuretica.

La scelta di un eventuale dieta commerciale dovrebbe orientarsi verso alimenti con un moderato contenuto proteico provenienti da fonti ad elevato tenore biologico ed elevata digeribilità nonché un contenuto di sodio e rame controllati.

In conclusione
- non tutti i pazienti con patologie epatiche richiedono il passaggio a una dieta terapeutica. Le indicazioni chiare per una dieta "epatica" sono principalmente: Encefalopatia epatica clinica, urati o cristalluria correlati a eccesso di purine, Epatopatia da accumulo di rame, prediligendo in quest'ultima diete con una minor restrizione proteica ma una maggior restrizione di rame.
- La gestione nutrizionale dei pazienti epatopatici deve essere personalizzata, dinamica e basata su una valutazione clinica ripetuta: obiettivi calorici adeguati, preservazione della massa magra, modulazione proteica mirata, controllo della componente ossidativa e correzione dei deficit nutrizionali.

BIBLIOGRAFIA:
- Jonathan Stockman. Nutritional Management of Hepatobiliary Diseases in Dogs and Cats. Vet Clin Small Anim 55 (2025) 579-593. https://doi.org/10.1016/j.cvsm.2025.03.007
- Delaney SJ & Fascetti AJ. Applied Veterinary Clinical Nutrition. Second edition. 2024 chapter 13


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